A vent'anni circa, sposò il duca di Baviera, che nel 1002 fu incoronato re di Germania e nel 1014 imperatore. Malgrado fosse sterile Enrico non volle ripudiare la moglie, scelta ammessa dal matrimoniale germanico, tollerato da Roma. Per la grande pietà e santità che riscontrava in lei preferì viverle assieme anche senza speranza di prole. Gli avvenimenti più importanti della vita di Cunegonda sono i seguenti: a Paderborn nel 1002 fu incoronata regina; nel 1014 a Roma ricevette, assieme al marito, la corona imperiale da papa Benedetto VIII. Fra le sue realizzazioni ci sono il duomo di Bamberga (1007) e il monastero benedettino di Kaufungen (1021) dove volle ritirarsi dopo la dolorosa perdita del marito (1025). Condusse vita monastica per molti anni, fino alla morte, avvenuta nel 1033 o nel 1039. (Avvenire)
Le fonti relative a Cunegonda sono costituite da notizie sparse, fornite da alcuni cronisti contemporanei, come Tietmaro di Mersburgo e Rodolfo il Glabro, e da una vita composta da un canonico di Bamberga più di un sec. dopo la morte. Quest'ultima composizione è in connessione con il culto che prese particolare incremento verso burgo e la madre, Adesvige, diedero alla figlia, dai primi anni, profondi insegnamenti cristiani. A vent'anni circa, ella sposò il duca di Baviera, che nel 1002 fu incoronato re di Germania e nel 1014 imperatore. Su questo matrimonio sono sorte, specie al principio del nostro sec., molte polemiche: in alcuni testi antichi, tra i quali la bolla di Innocenzo III, si narra che i due coniugi fecero voto di perpetua verginità, per cui vissero sempre come fratello e sorella. Si parlò così di "matrimonio di s. Giuseppe" e per questo fatto in alcuni testi si dà a Cunegonda il titolo di vergine. Secondo altri autori moderni una simile qualifica non corrisponde alle narrazioni di contemporanei (come Rodolfo il Glabro). I fatti, in realtà, sarebbero andati in questa maniera: Enrico si accorse che la moglie era "sterile" e in casi consimili il matrimoniale germanico, tollerato da Roma, ammetteva il ripudio. L'imperatore non volle usare questo diritto per la grande pietà e santità che riscontrava nella moglie e preferì vivere assieme a lei anche senza speranza di prole. Il fatto di non aver figli e la santità dei coniugi poté, in seguito, far nascere la leggenda del "matrimonio di s. Giuseppe".
Nella Vita e nella bolla pontificia si legge che Cunegonda fu oggetto di una grande calunnia di infedeltà coniugale ed Enrico, per provarne l'innocenza, volle sottoporla alla prova del fuoco. Cunegonda accettò tale prova e, a piedi nudi, passò indenne sopra vomeri infuocati. L'imperatore chiese perdono alla sposa per aver troppo creduto agli accusatori e da quel momento visse in stima e piena fiducia nella virtù della sposa. Non sappiamo quanta validità storica abbia questo episodio.
Gli avvenimenti più importanti della vita di Cunegonda sono i seguenti: a Paderborn nel 1002 (10 agosto) fu incoronata regina; nel 1014 si recò a Roma ove ricevette, assieme al marito, la corona imperiale da papa Benedetto VIII (14 febbraio). La vita dell'imperatrice fu un mirabile esempio di virtù: carità, umiltà, mortificazione la caratterizzarono in molteplici manifestazioni. Svolse una mirabile attività costruttrice, assecondata dallo stesso imperatore. Fra le sue realizzazioni vanno segnalate l'erezione del duomo di Bamberga (1007) e del monastero di Kaufungen (1021), fondato in seguito ad un voto fatto durante una gravissima malattia da cui era uscita pienamente ristabilita. Proprio in questo monastero benedettino ella volle ritirarsi dopo la dolorosa perdita del marito (1025). Nel giorno anniversario della morte di Enrico fece radunare molti vescovi per la dedicazione della chiesa di Kaufungen, alla quale donò una reliquia della Croce. Dopo la lettura del Vangelo, Cunegonda si spogliò delle insegne e degli abiti imperiali, si fece tagliare i capelli e si vestì di rozzo saio. Il suo patrimonio servì (come aveva già fatto in precedenza) a fabbri care monasteri, a decorare chiese, a sostentare i poveri. Nella vita monastica visse dimentica della passata dignità, in completa umiltà. Passava gran parte della giornata in orazione o nella lettura dei sacri testi; non disdegnava nemmeno i lavori manuali o i più umili servizi. Un ufficio che gradì sommamente fu la visita alle ammalate per confortarle e assisterle. Si distinse anche per le severe pratiche di penitenza: prendeva il cibo indispensabile per vivere, rifiutando quello che poteva solleticare in qualche maniera il gusto. Condusse questa vita per molti anni.
Sull'anno di morte non c'è concordanza: generalmente viene preferito il 1033, anziché il 1039, mentre nessuna discussione si riscontra sul giorno e sul mese: 3 marzo. Cunegonda fu sepolta presso il marito nella cattedrale di Bamberga. Nei primi anni non fu oggetto di grande culto, ma nel sec. XII la venerazione crebbe grandemente superando quella data in precedenza ad Enrico. La causa di canonizzazione fu iniziata sotto Celestino III ma solo Innocenzo III, con bolla del 29 marzo 1200, ne approvò il culto. Nella diocesi di Bamberga nel sec. XV c'erano ben quattro solenni celebrazioni: il 3 e il 29 marzo (canonizzazione), il 9 settembre (traslazione delle reliquie), il 1o agosto (commemorazione del primo miracolo). Oggi nell'arcidiocesi di Bamberga si celebra il 3 marzo e il 9 settembre, ma la memoria della canonizzazione ricorre il 3 aprile.
San Tiziano di Brescia Vescovo
Dal 1962 la sua festa liturgica è stata conglobata al 20 aprile insieme a tutti i santi bresciani, in un'unica celebrazione. Nell’elenco dei vescovi di Brescia occupa il 15° posto tra Vigilio e Paolo II, il suo episcopato si pone alla fine del secolo V, nulla si sa di lui oltre il nome.
Fu sepolto nella chiesa dei ss. Cosma e Damiano, forse fatta costruire proprio da lui, in seguito fu annesso un monastero, l’intero complesso fu demolito dal vescovo Berardo Maggi nel 1302 per dare spazio al Palazzo Broletto, attualmente in Piazza del Duomo.
La chiesa e il monastero furono ricostruiti ad occidente della città, nella zona dei Campi Bassi ove stanno tuttora. Le sue reliquie vennero deposte dal vescovo Paolo Zane nel 1505 in un arca marmorea eretta sull’altare nella cappella di sinistra.
Il suo primitivo sarcofago, dopo vari spostamenti, fu alla fine dell’800 posto a fontana in un angolo di piazzetta Tito Speri, ove è attualmente.
Tiziano deriva dal latino Titus poi divenuto Titius (figlio di Tito).