Il culto per s. Massimo vescovo di Riez, è attestato particolarmente nella zona delle Basse Alpi in Francia e la sua celebrazione è al 27 novembre.
Massimo nacque verso il 388 a Château-Redon (Basse Alpi), da nobili e cristiani genitori che lo battezzarono subito dopo la nascita.
Crebbe dotato di una padronanza di sé e del senso di autodisciplina, a 18 anni fece in segreto voto di castità e povertà e prese a condurre una vita molto pia ed austera e dedita allo studio.
L’autore di un’affidabile ‘Panegirico’ Fausto, poi suo successore a Riez, lo presenta come uomo affabile, liberale, coraggioso e molto giudizioso.
Nel 400-402 Massimo lasciò la sua famiglia e si diresse verso Lérins, dove fu accolto dall’abate s. Onorato, il quale dopo essere stato eletto nel 427 vescovo di Arles, lo nominò abate di Lérins, carica che mantenne per sette anni.
Sotto il suo governo il monastero conobbe un periodo di incomparabile santità e scienza, scrisse regole e istruzioni per i monaci, incoraggiò gli studi; ebbe molti discepoli che lo seguirono sulla via della santità, come Lupo, Vincenzo, Ilario, Eudone, Verano, Nazario.
Già nel 430 dopo la morte di s. Leonzio vescovo di Fréjus, venne eletto a succedergli, ma egli rifiutò ritenendosi indegno, però nel 434 dovette cedere perché s. Ilario lo nominò vescovo di Riez.
Pur essendo diventato vescovo, volle conservare l’abito e i costumi del monastero di Lérins, favorendo nella diocesi l’affluire di monaci e il sorgere di monasteri e facendo fiorire gli studi a Moustiers.
Fece costruire la chiesa di S. Pietro a Riez e quella di S. Albano, prese parte ai Concili francesi di Riez (439), Orange (441), Vaison (442), Arles (451) che si occuparono della disciplina ecclesiastica.
Secondo i suoi biografi, in particolare il patrizio ‘Dynamius’ del VI secolo, Massimo aveva poteri taumaturgici, come quello di risuscitare i morti e scacciare i demoni.
Ritornato in famiglia per un’ultima visita a Château-Redon, Massimo morì il 27 novembre del 455 ca.; il suo corpo fu trasportato a Riez, dove fu sepolto prima nella chiesa di S. Pietro e poi in quella di S. Albano di cui divenne il titolare.
Nel secolo XI le sue reliquie vennero divise e traslate una parte a Nantua nell’abbazia della Grazia, diocesi di Carcassonne e parte in altri luoghi.
S. Massimo è invocato per la protezione dei bambini e dei moribondi; nella regione delle Basse Alpi un gran numero di chiese lo hanno scelto come patrono.
San Virgilio di Salisburgo Vescovo
Fu monaco ed in seguito divenne abate del monastero Achadh-bo-Cainningh, poi si recò in Gallia a Kiersy. Fu quindi mandato da Pipino il Breve a reggere la diocesi di Baviera, ma non fu consacrato vescovo per ragioni politiche in seguito alla morte di San Bonifacio. A lui si deve la prima organizzazione della diocesi di Salisburgo e l’evangelizzazione delle regioni slave della Carinzia, della Stiria e della Pannonia.
Onorato da vivo e da morto, ma poi dimenticato, questo santo è stato riscoperto nella sua diocesi quasi cinque secoli dopo, e canonizzato. Poi, per altri cinque secoli, rieccolo ancora “precario”, prima di essere infine registrato nel Martirologio romano. Virgilio (Vergilius) è la trasposizione latina di Fergal, il suo nome d’origine nella lingua celtica dell’Irlanda, l’isola, che non è stata mai soggetta all’Impero romano e che è diventata cristiana con la predicazione di san Patrizio (morto nel 461). Qui ha preso vita una Chiesa non strutturata su diocesi e parrocchie, bensì sui monasteri e i loro abati, guide spirituali dei monaci e delle popolazioni. Anche Virgilio percorre questo cammino, monaco e poi abate, legato alle regole che nel monachesimo irlandese sono molto dure; come del resto è dura la vita della gente.
Numerosi monaci d’Irlanda hanno poi continuato l’opera di Patrizio in direzione opposta: dall’Irlanda raggiungevano la Scozia e l’Inghilterra, o sbarcavano in Europa, nelle regioni non ancora stabilmente cristianizzate: in Francia, in Germania e in Italia, dove il monaco Colombano, morto nel 615, fonda il monastero di Bobbio (Piacenza). La tradizione “continentale” dei monaci d’Irlanda continua con l’abate Virgilio. Durante uno dei suoi viaggi-pellegrinaggi in Francia, si ferma a studiare nel monastero di Quierzy-sur- Oise, presso Laon. E in quest’occasione viene presentato al nuovo padrone della Francia: Pipino, detto “il Breve” perché è piccoletto, il quale ha messo fine al potere dei sovrani merovingi.
Pipino ha esteso la sua sovranità anche alla Baviera e a parte dell’Austria, e vuole fare di Virgilio il vescovo di Salisburgo. Lui accetta subito. Anzi, comincia a fare il vescovo ancora prima di essere consacrato. Ma lì sul posto viene subito combattuto come abusivo da chi non gradisce il suo dinamismo e il suo rigore. (Sembra che debba poi correre a Roma per la consacrazione). Lavora a Salisburgo e nelle campagne come in Irlanda, su due priorità: istruzione religiosa e soccorso ai poveri. E usa le sue solite forze di prima linea: i monaci. Specialmente quelli di Innichen (San Candido, Alto Adige) e del Kremsmünster, in diocesi di Linz. L’efficacia del suo lavoro è documentata dal fatto più convincente: lui, il forestiero accolto con diffidenza, ora è richiesto da tante parti; città e paesi vogliono i suoi missionari. A Salisburgo fa costruire la cattedrale, centro solenne e stabile di una comunità che va facendosi adulta. E quando muore, viene sepolto lì, con grandi onoranze. Onorato e poi dimenticato.
Quattrocento anni circa dopo la morte, un incendio distrugge la cattedrale: e, negli scavi per la ricostruzione, ecco emergere la sua bara. È come se Virgilio fosse appena morto: si diffondono voci di miracoli, si raduna gente in preghiera. La figura del vescovo d’Irlanda riemerge dal silenzio: se ne richiede la canonizzazione. Nel 1230 il processo canonico incomincia, si raccolgono le testimonianze da mandare a Roma. Nel 1233, Gregorio IX proclama santo il vescovo Virgilio. Nel 1740 il suo nome sarà accolto nel Martirologio romano.