Ignazio, secondo successore di Pietro come vescovo di Antiochia, e espressione del fervore delle comunità subapostoliche. Condannato alle fiere al tempo di Traiano (98-117), nel suo viaggio verso Roma subì le angherie dei soldati e fu confortato dalle rappresentanze delle comunità ecclesiale. Nelle sue sette lettere, documento vivo della sua dottrina e della sua sollecitudine pastorale, vibra la sua anima eroica di appassionato imitatore di Cristo fino al martirio. E' testimone di una Chiesa incentrata nell'Eucarestia che, intorno al vescovo e al suo presbiterio, forma come una sinfonia di perfetta unità e concordia. La sua memoria è celebrata dai Siri il 17 ottobre, giorno in cui è ricordata in un breviario della fine del secolo IV. (Mess. Rom.)
Dalla data del 1° febbraio, la memoria di Sant'Ignazio Martire è stata riportata ad oggi, data tradizionale del suo martirio, dal nuovo Calendario ecclesiastico, che la prescrive come obbligatoria per tutta la Chiesa.
Sant'Ignazio fu il terzo Vescovo di Antiochia, in Siria, cioè della terza metropoli del mondo antico dopo Roma e Alessandria d'Egitto.
Lo stesso San Pietro era stato primo Vescovo di Antiochia, e Ignazio fu suo degno successore: un pilastro della Chiesa primitiva così come Antiochia era uno dei pilastri del mondo antico.
Non era cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, e che anzi si convertisse assai tardi. Ciò non toglie che egli sia stato uomo d'ingegno acutissimo e pastore ardente di zelo. I suoi discepoli dicevano di lui che era " di fuoco ", e non soltanto per il nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco.
Mentre era Vescovo ad Antiochia, l'Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione, che privò la Chiesa degli uomini più in alto nella scala gerarchica e più chiari nella fama e nella santità.
Arrestato e condannato ad bestias, Ignazio fu condotto, in catene, con un lunghissimo e penoso viaggio, da Antiochia a Roma dove si allestivano feste in onore dell'Imperatore vittorioso nella Dacia e i Martiri cristiani dovevano servire da spettacolo, nel circo, sbranati e divorati dalle belve.
Durante il suo viaggio, da Antiochia a Roma, il Vescovo Ignazio scrisse sette lettere, che sono considerate non inferiori a quelle di San Paolo: ardenti di misticismo come quelle sono sfolgoranti di carità. In queste lettere, il Vescovo avviato alla morte raccomandava ai fedeli di fuggire il peccato; di guardarsi dagli errori degli Gnostici; soprattutto di mantenere l'unità della Chiesa.
D'un'altra cosa poi si raccomandava, scrivendo particolarmente ai cristiani di Roma: di non intervenire in suo favore e di non tentare neppure di salvarlo dal martirio.
" lo guadagnerei un tanto - scriveva - se fossi in faccia alle belve, che mi aspettano. Spero di trovarle ben disposte. Le accarezzerei, anzi, perché mi divorassero d'un tratto, e non facessero come a certuni, che han timore di toccarli: se manifestassero queste intenzioni, io le forzerei ".
E a chi s'illudeva di poterlo liberare, implorava: " Voi non perdete nulla, ed io perdo Iddio, se riesco a salvarmi. Mai più mi capiterà una simile ventura per riunirmi a Lui. Lasciatemi dunque immolare, ora che l'altare è pronto! Uniti tutti nel coro della carità, cantate: Dio s'è degnato di mandare dall'Oriente in Occidente il Vescovo di Siria! ".
Infine prorompeva in una di quelle immagini che sono rimaste famose nella storia dei Martiri: " Lasciatemi essere il nutrimento delle belve, dalle quali mi sarà dato di godere Dio. lo sono frumento di Dio. Bisogna che sia macinato dai denti delle belve, affinché sia trovato puro pane di Cristo ".
E, giunto a Roma, nell'anno 107, il Vescovo di Antiochia fu veramente " macinato " dalle innocenti belve del Circo, per le quali il Martire trovò espressioni di una insolita tenerezza e poesia: " Accarezzatele, scriveva infatti, affinché siano la mia tomba e non faccian restare nulla del mio corpo, e i miei funerali non siano a carico di nessuno ".
San Rodolfo
Rodolfo appare fra i partecipanti al Concilio romano del 1059 come vescovo di Gubbio. È il primo di tre vescovi santi della cittadina umbra in un secolo: dopo di lui c'è san Giovanni da Lodi, e terzo è sant'Ubaldo. Conosciamo Rodolfo soprattutto per quello che ne scrive il suo maestro san Pier Damianim, che aveva guidato l'eremo marchigiano di Fonte Avellana. Tra gli asceti l'aveva colpito il giovane Rodolfo, che da Fonte Avellana diventò vescovo della sua Gubbio. Qui avviò il risanamento, bloccando anche il giro di moneta intorno ai Sacramenti. La morte a trent'anni, nel 1064, ne interrompe però l'opera. (Avvenire)
Trent’anni di vita, e almeno cinque di episcopato. Lo troviamo infatti al Concilio Romano del 1059, come vescovo di Gubbio. Ha 25 anni ed è il primo di tre vescovi santi della cittadina umbra in un secolo: dopo di lui c’è san Giovanni da Lodi, e terzo è il popolare sant’Ubaldo. Conosciamo Rodolfo soprattutto per quello che ne scrive il suo maestro san Pier Damiani, una delle più forti personalità dell’XI secolo.
Pier Damiani aveva guidato l’eremo marchigiano di Fonte Avellana: un vivaio di asceti. E tra questi l’aveva colpito il giovane Rodolfo (che aveva con sé il fratello maggiore Pietro. Poi entreranno in monastero anche la madre Ratia e l’altro fratello Giovanni). Da monasteri ed eremi vengono gli uomini del rinnovamento. Rodolfo, da Fonte Avellana, diventa vescovo della sua Gubbio. Qui avvia il risanamento, bloccando intanto il giro di moneta intorno ai Sacramenti. C’è chi chiede denaro anche per assolvere dai peccati, e chi vuole la tangente per l’ordinazione di un chierico. La morte a trent’anni interrompe troppo presto l’opera: ma la riprenderà dopo di lui Giovanni da Lodi. Pier Damiani comunica la morte di Rodolfo al papa Alessandro II con una lettera che racconta la vita del giovane vescovo, tra grandi lodi al suo spirito di preghiera e di penitenza; ciò gli procura subito fama di santo. Pier Damiani ha grande stima anche della cultura teologica e biblica del discepolo. Con una lettera egli aveva chiesto infatti a Rodolfo (e al vescovo Teodosio di Senigallia) "di rivedere i suoi scritti e correggere quanto vi potessero trovare di difforme dalla dottrina cattolica e dalla retta interpretazione della S. Scrittura" (Giovanni Lucchesi). Insomma, Pier Damiani, dottore della Chiesa, sembra un alunno insicuro che parla ai professori, tanto è elevato il prestigio dei discepoli Rodolfo e Teodosio.
Del corpo di Rodolfo, sepolto nella cattedrale di Gubbio, non si ha più traccia dopo i lavori eseguiti nel 1670.